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Racconto di don Piazzoli 

Racconto scritto nel 1985 da don Giacomo Piazzoli, in occasione del 30° anniversario della consacrazione della chiesa

  1. Prima della nuova Chiesa

  2. Prime difficoltà

  3. Una casa per il sacerdote

  4. Il futuro parroco diventa sacerdote

  5. La visita della Madonna Pellegrina

  6. Serie di difficoltà

  7. Ho tentato il Signore

  8. Vicariato autonomo

  9. Continuano le difficoltà

  10. Primo incontro con l’autorità comunale

  11. Dono della statua della Madonna Pellegrina

  12. Posa della prima pietra

  13. Abolizione delle classi d’incerti

  14. Chiesa o capannone

  15. 1° progetto della chiesa

  16. Legge per la costruzione di nuove chiese

  17. Le fondamenta

  18. I muri

  19. Nuove difficoltà

  20. Il tetto

  21. Un colpo mancino o cattiveria?

  22. Consacrazione della chiesa

1.     Prima della nuova Chiesa

Donazione del terreno per la chiesa nel 1936

Dobbiamo partire da lontano con la nostra storia, cioè dal 1936, quando Brembo era chiamata “Campagne di Sforzatica”. In quell’anno il cav. Giuseppe Bombardieri regalò un pezzo di terreno di circa 8.000 mq al vescovo di Bergamo, ch'era allora il compianto mons. Adriano Bernareggi, perché, col tempo, si avesse ad edificare una chiesa per la povera gente del posto, che purtroppo, come si usa dire, “era abbandonata da Dio e dagli uomini”.

Dove si trovava

In realtà il pezzo di terreno non era l’attuale dov’è la chiesa oggi, ma stava più a sud, oltre la “casa S. Giuseppe” in via Pesenti n° 48, dove allora era “l’ostaréa de la Sciura Maria”. La Pro-Dalmine, che lì aveva l’azienda agricola, volle quel terreno ed il cav. Bombardieri glielo vendette, solo dopo che ne poté comperare dall’ing. Pesenti un altro pezzo di uguali dimensioni (che è l’attuale) allora però di circa un terzo solo d’estensione.

Il terreno amministrato dalla Parrocchia di S. Maria d’Oleno

Il vescovo diede il detto terreno, perché lo amministrasse in favore delle “future Opere Religiose di Brembo” al parroco di Sforzatica S. Andrea, ma, forse perché il parroco don Giovanni Vavassori era appena venuto, o perché detto terreno era compreso nella giurisdizione della parrocchia di Sforzatica S. Maria d’Oleno, il terreno fu amministrato per una quindicina d’anni da quel parroco, don Gregorio Lanza, il quale l’affittò al signor Pesenti, che lo diede in mezzadria al contadino Alessandro Bassis (ol Zorzì).

Omaggio al Vescovo

Con questo gesto, il donatore del terreno intendeva fare un atto d’omaggio al vescovo, in quanto lì sarebbe stata costruita una chiesa dedicata al martire S. Adriano, del quale il vescovo portava il nome e, nello stesso tempo, faceva un gesto di generosità e bontà verso questa povera gente priva d’ogni assistenza religiosa.

L’asilo infantile

E’ infatti solo di quel tempo che a Brembo iniziò una qualche forma d’assistenza religiosa, oltre quel poco che potevano fare le due suore che venivano ogni giorno da Sforzatica S. Andrea per l’asilo infantile, costruito da poco dal Comune di Dalmine, per imposizione del signor Prearo, fiduciario del partito fascista, che, a giudizio degli anziani, era un uomo attento soprattutto alle necessità dei bambini, degli anziani e dei più poveri. Allora l’asilo era posto all’incrocio tra Via XXV Aprile e Via Pesenti, dove attualmente è la casa del signor Ernesto Mottini. Il signor Sertorio aveva dato al comune quel pezzo di terreno, riservandosene tuttavia la proprietà, qualora l’edificio non servisse più quale asilo infantile. Ciò avvenne quando nel 1952 si costruì l’asilo attuale.

L’asilo luogo anche di istruzione religiosa

Solo allora, dicevo sopra, cominciò qualche attività religiosa qui a Brembo, perché prima chi voleva andare a a Messa doveva andare a una delle due parrocchia di Sforzatica; dopo la messa cantata si fermava in qualche stallo in attesa della Dottrina e tornava a casa per il pranzo sicuramente non prima delle ore 16:00. In principio la signorina Giuseppina Giambellini radunò alcuni ragazzi e bambine in qualche prato per insegnare i primi elementi del catechismo, poi chiese il permesso al comune ed alle suore per poterli radunare di domenica all’asilo. Ciò le fu concesso, ma solo nel cortile esterno; questo non era poi l’ideale, soprattutto d’inverno e quando pioveva. Don Giovanni Vavassori, essendo l’asilo nella giurisdizione della sua parrocchia, tenne per un po’ di tempo (mensilmente) il catechismo alle mamme e spose del luogo.

L’oratorio dei signori Pesenti

Poi, durante il periodo bellico, per interessamento di un tenente dell’esercito tedesco, nativo austriaco e buon cattolico, si cominciò a celebrare la messa ogni domenica alle ore 9:00 nell’oratorio semipubblico dei signori Pesenti. Questa chiesetta era stata costruita nel 1849 su proprietà Pesenti, col lavoro dei contadini loro dipendenti, allo scopo di adunare in un solo luogo le ossa dei morti della peste del 1600, e per la comodità della gente. La messa era celebrata nei giorni festivi, solo durante il periodo dei bachi da seta e della vendemmia, perché allora erano qui in campagna i padroni.

Un sacerdote da Bergamo

A celebrarla veniva o mons. Castelletti, parroco di S. Alessandro in Colonna in Bergamo, nella quale parrocchia abitavano i Pesenti, o il canonico don Giacomo Maggi, vicedirettore del Seminario diocesano, zio paterno del chierichetto Giuseppe Maggi che allora gli serviva la messa e che poi, missionario in Cina, divenne vescovo. Da Bergamo scendevano, con il tram Monza, fino “all’osterèa n° 6 dè Giosanga” dov’era ad attenderli con la carrozza il contadino Giovanni Previtali.

Occasioni particolari

La terza domenica d’ottobre annualmente si organizzava la ” festa di durc ” (festa dei tordi) e allora si celebravano anche 5 o 6 messe ed i contadini che partecipavano alla messa cantata, vestiti a festa, ricevevano in dono “un pane”. Fu durante una di queste celebrazioni che uno dei due fratelli Zappetini, scenografi titolari della Scala di Milano, sfidò le serve dei Pesenti che “lui sarebbe stato più svelto a dipingere un quadro rappresentante la Madonna, che loro a finire di pelare i tordi”. Giulio Pesenti mi confermava che la sfida fu vinta dal pittore ed il quadro è quello che si trova nella santella nei pressi dell’infermeria dello stabilimento della Dalmine.

Ma torniamo alla nostra storia. Alla messa domenicale partecipavano i soldati addetti alla contraerea, le cui batterie erano dislocate sul primo tratto del bosco di proprietà Donadoni, lungo l’attuale via Sertorio, dove ora si trova la casa di Guido Pelati. Inoltre, quando erano in campagna, v’erano i signori Pesenti e un po’ di contadini, assiepati in fondo alla chiesa e sotto il portichetto.

Pregiudizi

Allora la gente di Brembo, formata da famiglie numerosissime (per esempio quella del Felep, soprannominato “ol dutur di òs” aveva 21 figli) erano circa 400 persone, con disprezzo e con un po’ di cattiveria, chiamati: “selvatici, atei e arabi”.

2.     Prime difficoltà

La decisione del Vescovo nel 1945

“Qui una nuova chiesa” Nel 1945 il vescovo Bernareggi venne a Brembo con i due parroci di Sforzatica e si fermò all'incrocio tra via Pesenti e via XXV Aprile, chiamata allora: “via del Barchetto” vicino al terreno donato per la costruzione della futura chiesa. Al gruppo di gente che subito gli si fece attorno domandò: “Voi ragazze, che cosa volete?”, ” L’oratorio” risposero. “E voi adulti, che cosa desiderate?”, “La chiesa” risposero disordinatamente. Allora il vescovo, indicando il pezzo di terreno che gli stava di fronte: “Qui - disse - un giorno sorgerà la vostra chiesa”. Don Lanza subito ribatté che la chiesa si doveva fare nella “boschina di via Sabotino”. Così si chiamava a quel tempo quel pezzo di terra, privo allora d’abitazioni e coltivato a bosco di robinie, dove ora c’è la casa di Brembilla Livio e le altre abitazioni accanto. “Macché boschina d’Egitto - disse seccato il vescovo - qui è stato dato il terreno e qui sarà fatta la chiesa, perché è il posto più adatto”. Se mi è permesso fare una parentesi, dico che questa risposta del vescovo, che per primo s’è interessato di questa gente, risposta di quasi quarantanni fa, va bene anche a quei signori che oggi vano cianciando che: “è il sottoscritto parroco che ha sbagliato a costruire qui la chiesa” e tutto per voler giustificare una loro idea che mira a voler costruire una zona sportiva comunale nel luogo meno adatto allo scopo.

Obiezioni dei cosiddetti “Buoni”

Ma riprendiamo la storia di quel tempo. Chi aveva mire diverse da quelle del vescovo cominciò la sua opera insistente e deleteria, con uno zelo degno di miglior causa, convincendo prima i pochi ricchi, che fino allora erano stati generosi di promesse, poi la povera gente, col persuaderli che le affermazioni del vescovo non si dovevano capire così, come loro, poveri ignoranti, l’avevano capite… e poi “Chi avrebbe pagato la chiesa? E chi avrebbe mantenuto il sacerdote?” Il lavoro deleterio ed incosciente di costoro, che per amore di carità, chiameremo: “i buoni” e tali dalla gente erano considerati, diede i suoi amari frutti. Infatti indistintamente, tutti i ricchi e i proprietari si rimangiarono le promesse di aiuti fatte e per di più presero gusto a deridere chi insisteva perché credessero alle parole chiarissime dette dal vescovo. La povera gente, un po’ perché frastornata dai “ragionamenti” dei cosiddetti “buoni” e un po’ per evitare il pericolo di “cadere in disgrazia dei padroni” finì per non parlare più, ma a covare nel cuore un sordo rancore per il vescovo, persuasi d’essere stati ingannati dalle sue affermazioni, in realtà tanto chiare.

La signora Pesenti e figlio

Vi fu però una persona che, nonostante le parentele, le amicizie e le pressioni subite, rimase fedele e fece sempre tutto quanto le fu possibile per risolvere il problema religioso di Brembo: fu la signora Broletti Elena vedova Pesenti e suo figlio Giulio, ai quali va perenne gratitudine e riconoscenza. Il vescovo saputo tale voltafaccia, ne fu gravemente amareggiato e pensò che l’unico mezzo per risolvere la questione fosse di mandare un sacerdote qui sul posto.

3.     Una casa per il sacerdote

Per prima cosa era necessario trovare per il sacerdote un’abitazione. I ricchi proprietari che avevano promesso prima qualche stanzina, in seguito, ironicamente accampavano scuse puerili, e ciò anche quando fu chiesto in affitto un angolo di solaio…

Un casello dell’autostrada

Si trattò anche la compera del vecchio “casello” dell’autostrada, posto alla fermata di Dalmine. Era costruito in parte da prisme in cemento e parte in legno. Sarebbe stato smontato e poi rimontato sul terreno donato per la costruenda chiesa; si trattò anche il prezzo, 50.000 lire, ma poi i viaggi ripetuti inutilmente alla Direzione dell’Autostrada a Milano e l’indecisione nelle trattative fece decidere di troncare ogni cosa.

Il Villino Rosa

Saltò fuori poco dopo un fatto che sembrò, almeno provvisoriamente, risolutivo e provvidenziale; era in vendita il “villino Rosa” perché la famiglia Corti, ch’era proprietaria e l’abitava, traslocava a Dalmine.

Affari sfumati

Trattandosi d’affare piuttosto grosso, il vescovo incaricò una persona di sua fiducia; purtroppo era uno di quelli “cosiddetti buoni”, che attese ad interessarsi tanto tempo quanto ce ne volle perché il villino Rosa fosse comperato da altri per 650.000 lire.

4.     Il futuro parroco diventa sacerdote

Tutto quanto fin’ora ho scritto, l’ho scritto servendomi di un diario di chi registrava ogni cosa e s’era impegnato a fare qualche cosa per la vita religiosa di questo luogo.

Le fonti

Infatti, le persone attrici di questi fatti, le molteplici testimonianze avute da fonti diverse, le affermazioni fattemi più tardi dal vescovo, mi assicurarono, nel modo più assoluto, che ogni cosa era vera, addolcita, se così si può dire, solo da un senso riverenziale o di carità, che fa trovare parole meno dure nel dire la verità.

Il Cronicon

Ora però io divento l’attore principale della questione. Dal cronicon parrocchiale e dalla rilettura dei bollettini parrocchiali, ho vivo e preciso ogni particolare di quanto in questo tempo si è fatto ed è accaduto e posso scriverlo con assoluta esattezza.

31 maggio 1947: Giacomo Piazzoli consacrato sacerdote

Il 31 maggio 1947 ero consacrato sacerdote nel duomo di Bergamo, mia parrocchia natale, dal vescovo Adriano Bernareggi. Dopo più di un mese, essendo in quel tempo il vescovo ammalato, il vicario generale, ch’era allora mons. Pietro Carrara, mi mandò in qualità di coadiutore al parroco di Sforzatica S. Maria, con l’incombenza, nello stesso tempo, d’aver cura spirituale anche della gente di un gruppo di case lontane un paio di chilometri dalla chiesa parrocchiale, in località “Campagne di Sforzatica”. Mi accennò ad una situazione difficile… mi raccomandò d’essere prudente e che lì, col tempo, doveva essere il mio posto. In realtà io ci capii ben poco di tutte queste storie e ancora meno chiare furono le disposizioni in merito…

Quale Sforzatica?

Mi feci indicare dal vicario generale la strada per giungere a Sforzatica e vi andai il giorno seguente, cavalcando una bicicletta che faceva i capricci, prestatami per qualche ora da un’anima pietosa. Il sole picchiava inesorabile sullo stradale polveroso, che mi sembrava non finisse mai. Il mio incontro con la realtà fu tutt’altro che roseo. Infatti prima finii nella parrocchia di Sforzatica S. Andrea, poi, andato a Sforzatica S. Maria, non trovai il parroco. La nipote di questo cominciò a consigliarmi “per il mio bene” che lì comandava suo zio, come a Bergamo comandava il vescovo, e che questo si doveva fare e che quest’altro no… e che la tal persona era da salutare e dalla tal’altra starsene alla larga… e poi “a Brembo assolutamente non dovevo mai andare, se non me lo comandava lo zio parroco", ecc… ecc...

“Ma che cos’è questo Brembo?”

Se con il vicario generale avevo capito ben poco delle questioni delle due parrocchie e di queste “Campagne di Sforzatica”, lì in piedi, sulla porta, stanco, accaldato ed assetato com’ero, con un discorso tanto autoritario, sparato a modo di mitraglia da una donna, la faccenda mi ingarbugliò ancora di più. Unico sollievo fu quando riuscii a scappare via e a dissetarmi a quella fontanella accanto al sagrato della chiesa, che sempre ho guardato con riconoscente simpatia. “Ma che cos’è questo Brembo? Ma chi ci abita ed è così pericoloso, perché non si possa andare?… Povero me - mi dicevo pigiando sui pedali con tutta forza, nel tentativo di rientrare a casa almeno prima dell’una - se così è autoritaria la nipote, chissà che cosa sarà lo zio?”

1 agosto 1947: prima messa a Brembo

Comunque per la terza domenica di luglio, festa della Madonna del Carmine, venni a Sforzatica S. Maria, preoccupato, com’era naturale, ma fiducioso nell’aiuto del Signore. La prima domenica d’agosto, finalmente il parroco mi comandò d’andare a Brembo per celebrare la messa. Qui preferisco copiare da cronicon parrocchiale.

L’arrivo alla chiesa

Così, per comando del mio parroco, venni a Brembo per la prima volta per celebrarvi la messa. Strada facendo, sentivo suonare di continuo una campana, ma non vedevo altro che siepi alte e piante di robinie. Qui e là qualche casa assai rustica e qualche persona, che, a prima impressione, sembrava ancora più rustica di quelle povere case. Finalmente giunsi sotto il portichetto della chiesetta; seduti sulla panca di pietra erano due signori, che si presentarono: Giulio Pesenti e Alessandro Donadoni; un po’ fuori, sulla strada polverosa, un gruppo di ragazzi si rincorrevano, qualche donna chiacchierava sottovoce e, seduti all’ombra della siepe, un paio di dozzine di giovani.

L’interno

In chiesa, l’altare vecchio era sormontato da una pala rappresentante la Madonna Addolorata, che subito riconobbi opera del Ceresa, alcuni pezzi di candela storti; sul muro alcuni segni, ammaccature agli spigoli e, in alto, qualche campionario annerito di ragnatela. Sei banchi di noce tarlati, certamente centenari, servivano per i signori. In sagrestia, aggrappata alla corda della campana, la signora Pesenti Elena.

L’inizio della Messa

Poco dopo inizia la messa… Povera messa! In chiesa, o meglio, sul piccolo presbiterio uno spingi spingi generale di ragazzi e bambine che, per la verità, erano i più buoni, essendo subito entrati in chiesa. Gli altri, rimasti sulla strada, si rincorrevano lanciandosi manate di terriccio e sabbia, gridando per gioia, per rabbia o per dolore Alcuni giovani erano finiti seduti sulla panca di pietra e giocavano a carte; altri, con i piedi nel fosso, erano seduti sul ciglio dello stesso, giocando alla mora.

Attenti all’omelia

”Ma dove arrivato? - mi chiedevo di continuo durante la messa - altro che terra di missione! … chissà come andrà a finire!” All’omelia notai però una cosa che in parte mi rassicurò e mi diede un po’ di coraggio. Infatti mentre parlavo, con mia somma sorpresa, più nessuno spingeva, nessuno parlava o era disattento; perfino quelli fuori di chiesa, pur tenendo ancora in mano le carte, non giocavano più . Quest’attenzione inaspettata non pensai che fosse per la mia voce per loro nuova, ma per quello che loro, poveretti, forse per la prima volta, sentivano. E ciò mi diede certezza che era già un buon inizio.

Ad appena 10 km da Bergamo

Finita la messa, dovetti prendere il caffè dai signori Pesenti e lì seppi tante cose sul Brembo e sui suoi abitanti piccoli e grandi, ricchi e poveri. Tornando a Sforzatica, non elemosinai sorrisi a sinistra e a destra, mentre dicevo a me stesso: “E’ mai possibile che succedano cose simili a solo una decina di chilometri da Bergamo? Ci penserò io!” E nella mia inesperienza ero convinto fosse cosa da poco. Viceversa, all’atto pratico, mi vennero fastidi, difficoltà, lavoro e non pochi dispiaceri, però anche tante grandi soddisfazioni.

Le assicurazioni del Vicario Foraneo

La prima domenica di novembre, venne il vicario foraneo; era allora don Natale Trussardi, che dalla parrocchia della Malpensata in Bergamo era andato parroco a Stezzano. Sacerdote zelante, santo e d’intelligenza non comune. Celebrò la messa e disse che era “precisa intenzione del vescovo di preparare un vicariato autonomo, dove il vicario sarebbe dipeso esclusivamente dal vescovo e da lui. Presto si sarebbero stabiliti i confini del nuovo vicariato ed intanto i capifamiglia studiassero il modo di costruire la casa per il sacerdote”. Raccomandò di “non ascoltare più le dicerie dei cosiddetti buoni, ma soltanto credere a quanto diceva don Giacomo, ch’era il sacerdote mandato dal vescovo ed aveva avuto dal vescovo stesso chiare disposizioni”.

Entusiasmo

Tali notizie crearono una vampata d’entusiasmo in questa gente semplice e stanca di non essere tenuta in nessun conto e sembrò per qualche giorno che ogni difficoltà fosse superata e… ogni bocca chiusa. In realtà era appena cominciato un cammino scabroso e difficile, che solo chi non ne fu attore diretto o indiretto non può credere né immaginare.

5.     La visita della Madonna Pellegrina

La Madonna Pellegrina anche a Brembo?

Benché per il momento questo luogo non fosse ancora eretto a vicariato, la commissione diocesana della “Peregrinatio Mariae” decise che la Madonna sarebbe venuta a Brembo il 9 maggio 1949, consegnata dalla parrocchia di S. Giuseppe in Dalmine e poi, la sera seguente, sarebbe stata consegnata alla parrocchia di Mariano.

Obiezioni

Quando la notizia fu conosciuta, credetti che succedesse il finimondo. “La Madonna Pellegrina a Brembo? Ma quelli sono degli atei e degli arabi… non ci si può fidare…”. E i soliti “buoni” ne combinarono tante e tante, che di ora in ora l’antivigilia e la vigilia non si capiva più se la Madonna veniva o non veniva a Brembo.

Disorientamento

Si fecero alcune corse a Bergamo per chiedere alla commissione se era vero o no che avevano deciso diversamente… se la Madonna sarebbe andata a Guzzanica, o se si sarebbe fermata un giorno di più a Dalmine o a Sforzatica…” Fu tanta l’ostinazione per impedire che la Madonna passasse da Brembo, che si dovette mandare il segretario stesso della commissione per sedare gli animi e per evitare tutt’altro che possibili disordini.

Un po’ di uomini e giovani si procurarono torce di legno, che potevano servire nel caso anche per uso diverso da quello stabilito dalla liturgia. Ma qui forse è meglio che trascriva una pagina del cronicon parrocchiale:

Tentativo a vuoto di escludere Brembo

“…il passaggio della ven. statua della Madonna Pellegrina doveva essere effettuato alle ore 20:30 precise e noi saremmo stati puntuali, onde evitare che prendesse altra direzione. Dai “soliti buoni” c’era da aspettarsi qualsiasi sorpresa… Infatti alle 19:30 la gente, ordinata in corteo e pregando, cominciò ad incamminarsi verso Dalmine, ché l’incontro doveva avvenire davanti alle scuole di Viale Betelli. Era uno spettacolo per questa gente! Ma quando giungemmo a 300 metri da Sforzatica, e non erano ancora le 20:00, una persona, mandata dal parroco don Giovanni Vavassori, ci avvertì che eravamo in ritardo, perché avevano cambiato l’orario anticipandolo a nostra insaputa. “Dio mio! Che fare? Se questa mia gente s’accorge d’essere giocata e se la Madonna prende un’altra direzione, qui succede un macello!” Recitai le “Ave Maria” come per un caso disperato. “Fa’, o Madonna, che succeda niente! E la mia preghiera fu esaudita. Infatti, appena siamo giunti all’incrocio tra via Betelli e via XXV Aprile, spuntò una croce, tenuta da uno che per nulla faceva pensare al Cireneo. Tirai un sospirone di sollievo.

La soluzione del Parroco di S. Andrea

Più tardi seppi come andarono le cose. I “soliti buoni” avevano combinato d’anticipare di un’ora l’incontro, in modo che, essendo noi “ritardatar” la Madonna sarebbe stata consegnata ad altri. La cosa sembrava già fatta, quando il parroco di Sforzatica S. Andrea, ch’era presente, intuì il gioco… e approfittando d’un momento di confusione, tolse dalle mani del crociferario la croce e la diede al primo capitatogli sotto mano… intimandogli d’andare avanti verso Brembo. Furono colti di sorpresa per quest’intervento? Non lo so. Quel tale trovandosi in mano la croce indirizzò la processione dove i “soliti buoni” non volevano: “il diavolo fa le pentole, non i coperchi”.

 

Un grande temporale

Ma per quella sera i fastidi non erano ancora finiti. Appena la ven. statua della Madonna varcò i confini del futuro vicariato, improvviso si scatenò un temporale con rovesci, tuoni e lampi che non so dire. “È la Madonna che non vuole andare tra gli atei” dicevano i “buoni”. “È il diavolo ch’è scornato” rispondevano quelli di Brembo, e questo tra un ”Ave Maria” e l’altra, nel buio più pesto, ché fiaccole e candele erano spente da quel diluvio; buio solcato solo dai fasci di luce dei fari dall’auto, dove era posta la ven. statua”.

Grande partecipazione

Gli uomini, dopo che la Madonna entrò nella chiesetta dei Pesenti, furono invitati a tornare a casa, perché bagnati da capo a piedi. Ma non vollero; si confessarono tutti, assistettero alla messa di mezzanotte e rimasero fino all’alba, quando giunsero le donne e i bambini, continuando a pregare.

 

La consegna alla Parrocchia di S. Lorenzo

Il giorno seguente si predicò e pregò tutto il giorno. Quando alla sera s’andò processionalmente verso Mariano per consegnare la Madonna a quella parrocchia, tutti erano muniti d’ombrello, resosi però inservibile per un forte vento che strappava via anche i vestiti.

La Madonna sarebbe tornata tra noi

In tale frangente, era la semplice e buona gente di Brembo, che, con convinzione, si ripeteva a vicenda: “La Madonna sembra che non se ne voglia più andare via da noi, poveri arabi!” Chi allora avrebbe immaginato che sarebbe tornata per sempre, qui dove i “buoni” giudicavano “c’era gente che non dava alcun affidamento”?

6.     La serie delle difficoltà continua

Come mantenere un sacerdote

Una delle difficoltà maggiori ripetuta dai “soliti buoni” con termini veramente drammatici a questa gente, diceria che realmente era diventata “cavallo di battaglia” e che li scoraggiava, era la questione del “mantenimento del sacerdote”. Sembrava che più nessuno avrebbe avuto da mangiare se avessero avuto da mantenere il sacerdote. Il bello era che io non riuscivo a capire questa difficoltà, né riuscivo, naturalmente, a farla capire al vescovo. Chi poteva immaginare una cosa simile?

Un parroco costa meno di un manovale

Quando riuscii a capire come questa difficoltà aveva avuto tanta parte nell'animo semplice della gente, il vescovo decisamente intervenne di persona; fece convocare i capifamiglia, si lamentò per l’azione deleteria che alcuni continuavano a compiere chiarì la famosa questione. Tutto finì allora in una grossa risata, soprattutto quando il Donato scoppiò a dire: “Se è tutto qui, non c’è da preoccuparsi… il prete costa meno “du bagai” (d’un garzone)”. “Vero - concluse il vescovo - però, ricordate, che “non è u bagai”.

Casa per il parroco

Allora la gente si diede da fare decisa a costruire la casa del sacerdote. Cominciò a tagliare i gelsi e la siepe nell'angolo sud-ovest del terreno donato dal cav. Bombardieri, ma, ancora, sorsero altre difficoltà.

Finanziamenti

L’ingegnere tirava alle lunghe a predisporre il disegno; quei generosi uomini che avevano iniziato ad appianare il terreno, furono cacciati via… le piante tagliate, che pensavamo di vendere e che avrebbero dato i primi soldi per qualche sacco di cemento, furono requisite. Nessuna impresa dei dintorni voleva assumersi l’incarico di costruire la casa e poi… non c’erano soldi. Il vescovo mi aveva dato tutto quanto era in cassa per le “Opere Religiose di Brembo” ma la cifra era irrisoria, £ 4.000. Aveva poi aggiunto la sua benedizione. Per quanto fossi speranzoso, in breve constatai che 4.000 lire sì e no erano sufficienti per pagare il disegno, e la benedizione del vescovo non aveva alcun valore per quei signori che stanno di là degli sportelli delle banche.

Perché a me?

Mi venne anche il dubbio, e lo confesso con vergogna, che il vescovo mi avesse affidato quell'impresa, non perché mi giudicava più furbo, capace ed esperto di altri, come di tanto in tanto mi sorprendevo di pensare con naturale mio compiacimento, ma me l’aveva affidata perché capivo niente. “Perbacco - mi sono detto - ma chi è che si prende un’impresa del genere, se non uno che capisce niente. E’ chiaro no?”, “Ma - dice il proverbio - quando si è in ballo, bisogna ballare”.

Costruzione della casa

Ma poi le difficoltà si risolsero un po’ per volta: il disegno fu pronto, i volonterosi, per diretto intervento del donatore del terreno, non furono più cacciati via, le piante sequestrate rimasero a chi le aveva sequestrate, un certo Pasqualini di Osio Sotto con i suoi figli si assunse l’incarico di costruire la casa ed i soldi li sospirava, quanto gli ebrei sospiravano l’acqua nel deserto.

7.    Da incosciente… ho tentato il signore

Acqua alla gola

Avvenne un venerdì, vigilia del giorno di paga per il Pasqualini ed i suoi figli. In cassa non v’era un soldo; nessuno poteva o voleva farmi un prestito. Il vescovo era a Roma. Ricorrere alla Curia o ai “soliti buoni” non c’era nemmeno da pensarci. Anzi dovevo fare di tutto per non lasciar capire a costoro che avevo l’acqua alla gola, anche per non fomentare in loro la speranza e il desiderio di vedermi fallire; loro parlavano “caritatevolmente” anche di prigione. Quella notte non ci fu verso di dormire. Al mattino… è meglio che trascriva dal cronicon parrocchiale.

Mi servono 150.000 lire

“… Al mattino, celebrando la messa all'altare della Madonna del Carmine, mi vergogno a dirlo, osai inconsciamente sfidare Dio.” …Mi occorrono prima di mezzogiorno 150.000 lire… Se l’opera del Brembo sei Tu che la vuoi, fammeli trovare… nel caso contrario, Tu non la vuoi ed il mio vescovo s’è sbagliato…” Evidentemente stravolto, andavo poi ripetendomi “forse Dio non lo vuole” e man mano che passava il tempo, questo pensiero sempre più forte mi martellava nella testa.

300.000 lire di prestito

Verso le 10:00 andai a Dalmine e lì m’incontrò una persona ben conosciuta e alla quale da allora gli portai perenne riconoscenza. Mi chiese come andavano le cose e che cosa avevo con quella faccia preoccupata. Mi seccò non poco che mi avesse fermato e più ancora per ciò che mi chiedeva… lui era in ottime relazioni con il gruppetto dei “soliti buoni” al quale magari poteva riferire in che difficoltà mi dibattevo ed essi certo non avrebbero lasciata scappare l’occasione… Vedendo che dicevo e non dicevo, forse intuì e con mia sorpresa, tanto che al primo momento mi sembrò uno scherzo, mi propose il prestito di 300.000 lire, “perché in quel momento non poteva darmene di più… avrei poi restituito quando avrei potuto…” In realtà non accettò mai la restituzione.

Divina Provvidenza

Altro che opera non voluta da Dio e inganno del mio vescovo! Avevo voluto una prova e il Signore me l’aveva data in misura straordinaria. La Divina Provvidenza, in modo chiarissimo, era intervenuta e, se fino allora avevo fiducia in Dio, da quel momento la mia fiducia nel suo aiuto divenne certezza assoluta.

Visita del Vescovo

Non mancarono ancora dicerie, falsità e calunnie, tanto che il vescovo tornò a Brembo, visitò la casa in costruzione e, dalla loggetta sopra la porta d’ingresso, ancora mancante di barriera, disse alla gente: “… mi hanno riferito tante cose false riguardo a questa casa, tanto che sono venuto a vedere con i miei occhi… vi dico che di solito si fanno le cose in fretta e male, o adagio e bene …voi avete fatto bene e in fretta…” Così la casa del sacerdote, cominciata con 4.000 lire il 17.03.1949, era finita, almeno abitabile per metà il 31 maggio dello stesso anno.

8.     Vicariato Autonomo di Brembo

10 settembre 1949

Il 10 settembre 1949 il vescovo emanava il decreto d’erezione del “Vicariato autonomo di Brembo” e nel contempo di “vicario autonomo”, decreti che avrebbero cominciato ad avere valore di lì a cinque giorni, festa della Madonna Addolorata.

Confini

Con il primo decreto, si stabilivano i confini: a nord fino alla chiesina dei “Morti del Pascolo” compresa; ad est in via Bastone fino alla casa Grasseni compresa e via Sabotino, via Colombera fino alla cascina Rigamonti compresa. A sud dalla casa Stefanoni, via Cascina Bianca e, con linea diritta, a via Cave, a ovest al fiume Brembo fino alla cascina abitata ora dai Martinelli.

 

Chiesina Pesenti

Così era dato in uso da parte dei signori Pesenti l’oratorio semi pubblico, dedicato alla Madonna Addolorata e a S. Rocco perché servisse come chiesa parrocchiale, fino alla costruzione della nuova chiesa. Per questo a sinistra entrando, nel vano della finestra, fu costruito il fonte battesimale.

Da S. Maria d’Oleno a Brembo

Con l’altro decreto, il sottoscritto immediatamente traslocava dalla parrocchia di Sforzatica S. Maria d’Oleno e veniva ad abitare nella casa costruita a Brembo. Doveva aver cura spirituale delle persone che abitavano entro i confini stabiliti dal decreto vescovile d’erezione del vicariato autonomo e dipendeva solo dal vicario foraneo e dal vescovo. Suo compito era d’organizzare il nuovo vicariato e di preparare la costruzione della futura chiesa. Per il suo mantenimento, i proventi erano costituiti dall’offerta per la celebrazione della messa e dai “diritti di stola bianca e nera”, cioè: battesimi, matrimoni e funerali.

La pensione della sorella

Fortunatamente la sorella, ch'era rimasta con me, aveva una piccola pensione d’invalidità che, poveretta, non ebbe mai una sola volta in mano, perché servì sempre per il nostro sostentamento e per le spese indispensabili per la chiesa. La gente di allora, tutt'altro che in discrete condizioni finanziarie. Erano infatti nella totalità contadini a mezzadria o disoccupati, di tanto in tanto dava qualche cosa come: un pollo, un pezzo di carne di maiale, un po’ di frutta, latte e qualche uova. Anche questa era Provvidenza di Dio !

Prima messa a Brembo

Per la prima messa, il giorno d’inizio del vicariato, rubai due ostie grandi e sette particole piccole… però non mi fu possibile fare altrettanto per il vino. Non trovandone al momento sul posto, perché era vino che non dava affidamento alcuno, mandai un contadino lungo il filare della vite e schiacciò in una ciotola un paio di grappoli di uva. Col tempo pensai che quello non era vino, ma mosto e quindi probabilmente quella messa non fu valida; “ma, pazienza - dicevo - il Signore, sapendo le circostanze, avrà visto che non l’ho fatto apposta!”

9.     Continuano le difficoltà

Bollettino parrocchiale ospitato su quello di S. Andrea

Con il mese d’ottobre di quell’anno cominciai il primo numero del Bollettino parrocchiale (circa 100 copie), ché tante erano le famiglie, anzi alcune di meno… L’ospitalità mi fu data dal parroco di Sforzatica S. Andrea, lasciandomi una paginetta libera del suo bollettino. Tale raccolta, in un arco di oltre 35 anni, è assai interessante per la storia, parte della quale stiamo raccontando, e per ricordare cose lieti e tristi, situazioni del momento, persone viventi e scomparse, cose che lasciate solo alla memoria sarebbero già dimenticate. Il tutto poi è raccolto nel “cronicon della parrocchia” una specie di diario della vita parrocchiale, che rimarrà in archivio per i posteri.

Santella di Via M. Sabotino

In quell’anno 1949, constatando come via Sabotino lasciava a desiderare, non tanto per la gente che vi abitava, quanto per la povertà dovuta alla disoccupazione e per una serie di altre circostanze - basti dire che la gente di Dalmine e di Sforzatica chiamava allora quella contrada “via delle ipoteche” - decisi di costruirvi una santella, dove fosse venerata la Madonna. All’incrocio tra questa via e via XXV Aprile, un po’ più avanti al luogo dove oggi si trova l’attuale santella, il signor Santo Rigamonti mi diede qualche metro di terreno e con borlanti di Brembo, una piccola gettata in cemento e due tubi di ferro si costruì la santella. Dallo scultore Manzù, mio maestro d’arte, mi feci donare una meravigliosa Madonna Addolorata in alto rilievo di terracotta colorata montata su legno nero. Tutti dicevano che la santella sarebbe stata profanata… fiducioso in questa gente, che “i soliti buoni” sembravano avessero piacere a giudicare atea e cattiva, non misi alcun riparo a protezione e mai, in tanti anni, avvenne anche un solo piccolo atto, non dico di profanazione, ma solo irriverente.

Benedizione del vescovo il 15.10.1949 e prime Cresime

Il vescovo benedisse questa santella nel pomeriggio del 15.10.1949. Parlò alla gente del posto… e concesse l’indulgenza di 100 giorni a chi dicesse la giaculatoria: “Vergine dolorosissima, prega per noi”. Poi si portò nella chiesetta, amministrò la Cresima a 28 bambini, celebrò il 1° centenario della chiesetta, appena diventata provvisoriamente la “nuova chiesa parrocchiale”, consacrò il nuovo vicariato a Cristo Re e al Cuore Immacolato di Maria. A piedi infine, seguito dalla gente, si portò alla chiesetta dei “Morti del Pascolo” per indicare, così spiegò, che lì aveva fissato i confini del vicariato. Poi nello stallo della “cascina alta” gradì il caffè offerto dalla famiglia del contadino Locatelli Luigi, ch’era il custode della vicina chiesetta dei Morti.

Il missionario padre Pietro Piazzoli

Nella stessa circostanza, padre Pietro, mio fratello missionario, che s’era tanto adoperato per questa povera gente e che diceva: “queste persone mi ricordano i miei cristiani in Cina”, da dove poco prima era stato scacciato, salutò la gente e ripartì per un’altra missione in Brasile.

La gestione del terreno donato passa al Vicario di Brembo

Era naturale che, stando così le cose, dopo quindici anni che il terreno donato per le “Opere religiose di Brembo era stato affittato, mi aspettassi tranquillamente una certa cifra, che sarebbe stata, come si suol dire, “olio nella lampada” e che immediatamente venissi in possesso del terreno. Viceversa, dopo molte discussioni e alcune misurazioni e verifiche, dovetti pagare la parcella al tecnico, altre 40.000 lire e fare la recinzione del terreno, che finalmente mi fu lasciato libero il 30.06.1950. Come formaggio sulla pastasciutta, dovetti anche ringraziare chi aveva così bene amministrato e chi aveva custodito quel pezzo di terra. Evidentemente non dico con quale spirito feci ciò… lo lascio immaginare a chi mi legge, mentre mi viene spontaneo ridere da solo immaginando, a distanza di 35 anni, la gioviale faccia che potevo avere in tale circostanza. Insomma, si ebbe “dopo il danno, anche le beffe”.

10.     Primo incontro con l'autorità comunale

Il Sindaco dr. Sandrinelli

Ero qui come “vicario autonomo” quindi dovevo interessarmi delle anime di questa gente. Ma le “anime sono nei corpi…” e anche la parte materiale di questa gente aveva, come ogni comune mortale, delle esigenze. Per questo cercai ed ottenni il primo incontro col sindaco il 25.11.1949. Era allora sindaco di Dalmine il dott. Remo Sandrinelli, persona tanto capace e sensibile, quanto rispettabilissima… un vero “signore”, come si usa dire.

La realizzazione del villaggio per volontà vescovile

Questi fatti li ricordo qui per far conoscere a chi è venuto negli anni successivi e per ricordare a chi allora ne ebbe non poco vantaggio, che la formazione di questa frazione è stata realizzata non dalle autorità civili, né da forze di alcun partito politico, né per interessamento dei “soliti buoni” (ché, anzi, è cosa caritatevole tacerne i nomi, limitandomi a dire quanta ostinazione e caparbietà fu usata per lasciare questa gente nello stato d’abbandono in cui si trovava), ma allo scopo d’affermare che “lo fu solo per volontà del vescovo, che mi suggeriva, mi dava chiare direttive e mi sosteneva anche in questo”. A ragione perciò mi parve doveroso dare il suo nome “via mons. Adriano Bernareggi ” ad una delle migliori vie del villaggio nuovo, pure esso realizzato dal sottoscritto, che vendette il terreno a 500 lire al metro, costituì le strade, intubò i fossi, pose più di 4 chilometri di rete idrica. Questo villaggio è quello che si trova tra via Pesenti e via Copernico e tra via XXV Aprile e via Brembo. Per questa iniziativa avversata dai “buoni” e dal comune, mi vennero fastidi, calunnie e grane. Ma questa è storia che segue di tre anni il giorno della consacrazione della nostra chiesa.

Torniamo quindi al primo colloquio col sindaco, durante il quale parlai di questi problemi e che a suo tempo ho registrato sul cronicon parrocchiale:

  • Provvedere per le scuole elementari, perché i ragazzi allora dovevano andare fino a Dalmine e a Sabbio ed era già encomiabile che vi giungessero.

  • Studiare il modo di risolvere il problema delle abitazioni di questa gente, stipata, famiglie numerose quali erano allora, in due stanzine malandate e prive di qualsiasi servizio (luce, acqua e gabinetti).

  • Tenere presenti anche i numerosi disoccupati di questa zona, che trovavano un ostacolo insormontabile ad essere assunti nel vicino stabilimento della Dalmine, per il fatto ch’erano nati e vivevano nelle “campagne di Sforzatica”.

  • Ricordare che le strade erano impraticabili; non parliamo di illuminazione pubblica, totalmente inesistente. Dopo un po’ di tempo si misero alcuni pali in legno con qualche lampadina e, per almeno 6 o 7 anni, queste erano accese e spente dal parroco, non avendo trovato posto alcuno per mettere l’interruttore se non in canonica. Logicamente l’amministrazione comunale mai disse un semplice “grazie” criticando viceversa, perché essendo andato via quattro giorni, le luci rimasero accese anche durante le ore diurne con grave danno alle finanze comunali…

  • Appoggiare il progetto di costruzione della sede della cooperativa parrocchiale di consumo, ch’è l’attuale di fronte alla chiesa, perché indispensabile, non essendoci allora a Brembo un solo negozio. Per le spese bisognava andare a Sforzatica o Dalmine.

  • Ricordare che anche qui vi erano i poveri e più che in altre frazioni, che tuttavia erano sempre esclusi dal numero di chi riceveva mensilmente un pacco dono di viveri di prima necessità.

Collaboratori del Sindaco e spirito di servizio

Il sindaco, ho detto sopra, era persona comprensibile. Aveva accanto ottimi collaboratori, come il sig. Padrinelli Flavio, Pelati Guido, Facheris Ferruccio. Allora non si amministrava con “disciplina di partito”, ma con la propria testa e con la propria coscienza, ma purtroppo c’erano tante cose e tante commissioni capeggiate dai “soliti buoni” che, non potendo rendere succube il vicario autonomo, infierivano vigliaccamente contro i più deboli ed indifesi. Ecco a modo d’esempio alcune risposte alle loro domande: “Volete costruire la chiesa e siete disoccupati?… Perché il vostro prete, invece di far la chiesa, non vi fabbrica qualche stanza?… Ma chi volete che vi assuma al lavoro, voi, che siete così ignoranti da credere a tutto quello che vi vien detto da un prete, anche buono, ma certamente imprudente e che ha la testa malata e piena di sogni?” E un po’ per necessità, un po’ per timore di questi “onnipotenti” anche l’amministrazione comunale non trovava terreno facile per cominciare a far qualche cosa anche a Brembo.

11.     Il dono della statua della Madonna Pellegrina

La Madonna Pellegrina

Durante una delle precedenti visite del vescovo a Brembo, gli chiesi in dono, per il nuovo vicariato, una delle tre statue della Madonna Pellegrina, che furono portate in ogni parrocchia durante la “Peregrinatio Mariae” nella nostra Diocesi, negli anni 1948-49.

19 aprile 1950

Il vescovo ce ne fece dono. Per questa gente alla festosa notizia vi fu un’esplosione di gioia. La ven. statua della Madonna Pellegrina, dopo essere stata restaurata e ridipinta, dal Duomo trionfalmente fu portata in mezzo a noi il 19.04.1950, seconda festa di Pasqua.

La lettera del Vescovo

Descrivere i festeggiamenti fatti sarebbe troppo lungo; viceversa mi pare più importante trascrivere alcuni brani della lettera inviataci in quell’occasione dal vescovo:

“Avevo desiderato ardentemente questa giornata… La nuova parrocchia è stata pensata da me, preparata da me, decretata da me, per cui la considero creatura mia ed ero felice di poter mettere la 1° pietra della futura chiesa parrocchiale, indispensabile perché la parrocchia viva… La posa della pietra della futura chiesa, del resto, è solo rinviata ed io spero di venir presto tra voi per fare ciò che non farò domani… Avete chiesto e vi è stata concessa ben volentieri una delle tre statue della Madonna Pellegrina, che hanno percorso tutta la nostra diocesi. E’ così un pegno che vi è affidato e, in un certo modo, la vostra chiesa è destinata a diventare come un piccolo santuario di Maria, in memoria delle grandi manifestazioni di fede e d’amore che Le sono state tributate. E’ un pegno ed un impegno… Disponetevi ad erigere la nuova chiesa… e sentitevi tra di voi come fratelli…”

12.     Posa della 1ª pietra della chiesa  

Vigilia di pioggia

Il 1° ottobre 1950 fu il giorno stabilito dal vescovo per la posa della prima pietra della nuova chiesa. Quel sabato di vigilia, la notte e la mattina seguente l’acqua veniva come se fosse pagata. Preparativi era stato impossibile farli; il terreno dove sarebbe sorta la nuova chiesa era diventato un acquitrino… lo scavo a forma di “L” s’era riempito d’acqua e terriccio.

Preghiera per il bel tempo

Dopo la messa cantata feci recitare ai bambini un “Ave” alla Madonna perché venisse il sereno. Non so se a quel tempo le preghiere dei bambini fossero recitate con più fede, o se allora fossi più buono anch’io, sta di fatto che a mezzogiorno finì di piovere, venne il sole e un venticello asciugò in un’ora il campo.

Preparativi

Riporto qui una pagina del cronicon parrocchiale. “… non ho nemmeno il tempo di ringraziare la Madonna… mi attacco all’altoparlante e chiedo la totale collaborazione di tutti: giovani, uomini, donne e ragazzi, perché si cominci a preparare ciò che serve alla festa. E’ un correre frenetico, entusiasmante e gioioso… in due ore tutto è pulito, ordinato e pronto… dei soldati comandati non avrebbero fatto così bene… Dentro sento “santo orgoglio” come se fosse stato merito mio… il Signore mi perdoni!”.

La pietra: dal cimitero

La 1ª pietra me la feci regalare dal custode del cimitero di Sforzatica. Era la base d’una croce che sormontava una tomba; aveva forma rettangolare e su un fianco vi feci scavare un piccolo incavo per riporvi la pergamena. Che fosse una pietra di cimitero mi parve un simbolo appropriato: infatti “anche la 1° pietra della mia chiesa era come un chicco di frumento che sotto terra muore per dare la vita…” Da quella pietra sarebbe venuto l’edificio sacro. Dal curato di Sabbio, rev. don Vitali, abile in arte, mi feci preparare una bella pergamena. Vi è scritto

Pergamena

“Oggi, 1 Ottobre dell’Anno Santo 1950,
Festa della Madonna del Rosario,
Sua Ecc. Mons. Adriano Bernareggi,
Vescovo di Bergamo,
benedice solennemente davanti a numeroso popolo la Prima Pietra
della futura chiesa, che qui sarà edificata
a gloria di Dio e dedicata
al Cuore Immacolato di Maria
e che resterà a ricordo delle
grandi manifestazioni di Fede e d’Amore
tributate alla Madonna Pellegrina
nella Diocesi di Bergamo nell’anno 1948/1949″

Cav. Bombardieri

E nella prima pietra furono murate, oltre alla pergamena, alcune monete del tempo. Padrino della cerimonia fu logicamente il donatore del terreno, cav. Giuseppe Bombardieri.

Cresime

Dopo la S. Funzione il vescovo nella chiesina dei signori Pesenti, amministrò la Cresima a 53 bambini, portò l’ostensorio nella prima nostra processione del Corpus Domini, sostò davanti al posto della 1° pietra e parlò: “Questo luogo è già del Signore perché Lui ne ha già preso possesso.. state uniti, perché ora dovete costruire la chiesa e state certi che il Signore vi aiuterà e la Madonna Pellegrina vi difenderà d’ogni pericolo, ora e sempre”.

13.     L'abolizione delle differenti "classi d'incerti"

Contributi per cerimonie

Con la fine di quell’anno, abolivo le differenti classi per la celebrazione di battesimi, funerali e matrimoni. “Tutti - dicevo - sono uguali davanti a Dio e tutti lo devono essere anche per la chiesa”. E poi a me non andava di stare ad elencare la spesa e far scegliere se volevano la funzione di 1ª classe o di classe inferiore. Sinceramente mi dava l’impressione d’essere un pizzicagnolo che vendeva il formaggio di diversa qualità.

Chiesa di S. Maria delle Grazie a Bergamo

Lo stesso esperimento iniziava anche nella parrocchia di S. Maria delle Grazie in Bergamo, dov’era allora parroco mons. Marco Farina. L’esperimento, anche se all’inizio fu interpretato male, fu indovinatissimo e fu ininterrottamente continuato fino ad oggi e penso lo sarà anche per il futuro.

Pietro Sertorio: ringraziamento

Sapendo che il signor Pietro Sertorio, prestando il terreno, aveva dato la possibilità al comune di costruire l’asilo per i numerosi bambini di questa zona, e mai era stato ringraziato da nessuno (la gratitudine, a mio parere, non è certo la virtù che più brilla nell’uomo) per la domenica 23.05.1951 organizzai una festicciola allo scopo, che riuscì bene e fu assai gradita al festeggiato.

Prime Missioni al Popolo

Furono anche tenute le prime “Missioni al Popolo” che i più anziani ancora ricordano, predicate dai padri Macario di Sforzatica e Raimondo da Treviglio e che terminarono con la distribuzione dei crocefissi a tutti i capifamiglia, il 4 novembre 1951.

14.     Chiesa o capannone

Lunghe pratiche

Pensavo allora che l’inizio dei lavori per la costruenda chiesa fosse abbastanza facile. Non pensavo certo ch’era necessario un progetto approvato dalla commissione diocesana d’arte sacra, il benestare dell’ufficio amministrativo diocesano, che giudicava il modo che intendevamo usare per pagare la non indifferente spesa; poi c’era da saldare tutti i debiti fatti per la costruzione della casa dove abitava il sacerdote e la difficoltà più grave di tutte, era che bisognava riuscire a far zittire coloro che sembravano avessero nient’altro da fare che scoraggiare questa gente.

Un capannone per fare prima

Preoccupato per tutte queste difficoltà, mi venne un’idea che mi sembrò brillante: “.. al posto di costruire la chiesa costruirò per il momento un capannone… quello costa assai meno ed è sicuramente più facile costruire… dopo, col tempo, si vedrà…” Ecco la soluzione del problema! Andrò dal vescovo, gli esporrò la mia “brillante idea”, non può non capirla al volo,.. approvarla e benedirla.

L’opposizione del vescovo

Ma la sua parola fu ben diversa di quanto pensavo io. Trascrivo dal cronicon parrocchiale: “No, figliolo, no! Non costruire un capannone al posto della chiesa… se fai un capannone, rimarrà sempre quello, perché la gente la chiesa non la costruirà mai più… No! no!”

Sì per la chiesa

Esco dall’udienza e la mia “brillante idea” dal vescovo è stata bocciata.. addio conti, previsioni, speranze facili e di risultato raggiungibile in breve tempo. Lui, il mio vescovo, ha detto di no. Inforco la bicicletta e riprendo la strada del ritorno… ad ogni stanca pedalata mi risuona nuovamente quella voce: ” No, figliolo, no! ” Fuori dalla città, mi volto indietro e vedo le cupole ed i campanili della mia vecchia Bergamo mi accorgo che sto piangendo silenziosamente… Lui, il mio vescovo, non mi ha capito… era un’idea d’oro, ma non me l’ha lasciata nemmeno esporre completamente. Un po’ le lacrime stettero al ritmo della stanca pedalata, poi pian piano mi rasserenai ed il passo divenne più deciso… ” Se lui dice “No” per la costruzione d’un capannone e ” Si” per la chiesa, comincerò la chiesa”.

A distanza di quasi quarant’anni, devo dire che il mio vescovo aveva visto assai bene e ringrazio il Signore che mi abbia chiaramente comandato di fare la chiesa ed io l’abbia fatta… Mi venne di lì a qualche giorno un’altra ” idea d’oro” e cioè ricavare, con una gettata a filo di fondamenta, un sotterraneo che provvisoriamente servisse da chiesa… però quest’altra ” idea d’oro” la cacciai via subito, come fosse un pensiero cattivo.

Scuole elementari nel quartiere

Intanto anche l’amministrazione comunale cominciò a muoversi, costruendo le scuole ”Edmondo De Amicis ” che vennero inaugurate il 29.10.1952.

Mons. Maggi espulso dalla Cina

Nello stesso tempo rimanemmo in ansia per la notizia che giunse dalla Cina: ” Sua Ecc. Mons. Giuseppe Maggi, dopo quattordici mesi di ”carcere duro” subisce un processo popolare, ed è condannato a morte…”, ”solo la clemenza magnanima del governo popolare comunista” tramuta tale condanna a morte in quella “d’esilio perpetuo”. Dopo qualche giorno di ricovero in ospedale ad Hong Kong, si metterà in viaggio per l’Italia. Era il 6.9.1953.

Decreto del Vicariato

Due giorni dopo il vescovo mandò il decreto d’erezione del ”vicariato del Brembo” a parrocchia, riconosciuta canonicamente, col titolo di “parrocchia del Cuore Immacolato di Maria al Brembo”. Un altro passo importante era fatto e potevamo ben a ragione ringraziare il Signore.

Accoglienza a Mons. Maggi

Il mese seguente, tornava in patria il vescovo mons. Maggi, dopo trentun anni di missione, condannato ”all’esilio perpetuo”. Nella festa successiva di Cristo re, nella piccola chiesetta, dove, come chierichetto, aveva servito la messa allo zio canonico, celebrò il primo pontificale, dopo il lontano giorno del suo arresto. Sul cartello di benvenuto alla porta della chiesetta si leggeva:

“Al Vescovo esiliato
Sua Ecc. Mons. Maggi
Il popolo della nuova parrocchia
del ” Cuore Immacolato di Maria al Brembo ”
Tributa onore,
come al più grande dei suoi figli”

15.     Il primo progetto della chiesa

Dopo non so quanti solleciti, strade, preghiere e brontolamenti, finalmente il 21 settembre 1952, l’ing. Gianfranco Mazzoleni di Bergamo mi consegnò il progetto della nuova chiesa.

Subito lo giudicai bello, pratico e funzionale. Mi sembrò che si potesse cominciare subito il lavoro; realmente bisognò attendere ancora non poco. E l’attesa, si sa, è sfibrante, molto più che il lavoro.

Del progetto feci costruire un modellino in legno che si apriva e mostrava come la nostra chiesa sarebbe stata internamente.

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16.     La legge per il contributo alle nuove chiese canoniche

La legge

In quel periodo veniva varata dal Parlamento una legge che stanziava otto miliardi per la costruzione della parte rustica di nuove chiese e canoniche. Ciò riaccese in me, naturalmente, tanta speranza. Infatti se il governo mi dava un po’ di soldi, la realizzazione della chiesa diventava assai più facile… ma il contributo non era a portata di mano, tutt’altro.

L’iter richiesto

Infatti era indispensabile che la parrocchia fosse riconosciuta civilmente; era necessario che il progetto fosse approvato dalla commissione diocesana d’arte sacra, poi da quella vaticana, che infine avrebbe dato parere favorevole del progetto all’Ufficio governativo appositamente costituito per il funzionamento della Legge dei contributi alle chiese e canoniche nuove. Inoltre era da vedere se il vescovo decideva per questa parrocchia o per un’altra, ché allora in diocesi ve n’erano altre in costruzione. Si aggiunga che bisognava preparare tante foto del progetto e di tali dimensioni precise e che di ogni documento, ch’erano in un numero incredibile, se ne dovevano consegnare diciassette copie.

Decreto di riconoscimento - 6 ottobre 1953

Finalmente la parrocchia di Brembo, oltre che essere riconosciuta canonicamente, era riconosciuta anche civilmente, in data 6 ottobre 1953 col N° 918. Questa notizia mi venne comunicata da parecchi onorevoli ed ognuno si vantava d’aver prestato la sua opera direttamente o d’essere intervenuto decisamente… insomma ognuno sembrava che avesse fatto tutto lui; l’unico che avesse fatto niente sembrava che fosse il sottoscritto. Purtroppo così va il mondo.

Mattoni e uova per la chiesa

L’approvazione del progetto tardava ad arrivare ed intanto gli uomini ed i giovani in tutti i momenti liberi, andavano giù nel vicini fiume a caricavano borlanti e ghiaia. Ad ogni autocarro che scaricava qui nel terreno della futura chiesa, dicevo a me stesso: “un altro passo è fatto!”

  • I bambini e le bambine vollero pure essi contribuire, e, con commovente generosità, sacrificavano la mancia festiva per dare settimanalmente la loro personale offerta. Ad ogni 10 centesimi corrispondeva un mattone.

  • Alcune massaie si fecero scrupolo di portare al lunedì tutte le uova che avevano raccolto nel pollaio il giorno precedente.

Morte di Mons. Bernareggi

Leggo sul cronicon parrocchiale alcuni avvenimenti di quest’epoca:

  • “Mons. A. Bernareggi è nominato arcivescovo” (13.02.1953 )

  • “Il nostro amato arcivescovo è ammalato ” (30.05. 1953)

  • “Il nostro vescovo è morto” (24.06.1953).

Dopo il funerale, al quale la gente di Brembo ha partecipato numerosissima con filiale dolore, furono rese note le sue ultime volontà e raccomandazioni: (“…Ho lasciato tante cose incompiute, in cielo non le dimenticherò”). “Tra queste c’è, senza dubbio, anche la mia chiesa…”. È una supposizione che poi si cambierà in certezza. Del resto gli stava tanto a cuore! Perché la doveva dimenticare?

E tale fiducia nel suo aiuto l’ho avuta allora, l’ho avuta negli anni seguenti, quando sorgevano pericoli per la nostra parrocchia e l’ho oggi, che per la nostra chiesa è messa in pericolo la sua necessaria tranquillità, per la volontà capricciosa d’alcuni, di voler costruire nelle sue vicinanze, una zona d’attrezzature sportive. Lui ci penserà, ne sono più che certo.

Il No di Roma

Passò intanto qualche mese e finalmente da Roma giunse la risposta, che fu come un improvviso colpo di mazza in testa: Roma non ha approvato il progetto delle nostra chiesa e la commissione giudicatrice enumerava i motivi con parolone, che in conclusione lasciavano abbastanza capire che: “Un nuovo progetto, fatto da un architetto romano di loro conoscenza e fiducia, avrebbe buone probabilità d’essere giudicato in modo positivo…” Sporca Roma! - mi scappa fuori con rabbia - Veramente da te ogni cosa può essere comperata”. Immaginiamoci un architetto "romano". Che cosa sarebbe costato? E come avrebbe seguito la realizzazione dell’opera?

Nuovo Progetto e 17 copie

C’era ancora una speranza ed io m’aggrappo, come un naufrago s’aggrappa ad una tavola galleggiante. A “tamburo battente” l’architetto “bergamasco” preparò un nuovo progetto della chiesa… l’ufficio diocesano d’arte sacra vi pose il timbro d’approvazione; si unirono altre diciassette copie d’ogni documento, si corredò di computo metrico, di descrizione dei materiali, di previsione del tempo che sarebbe stato impiegato e poi tutto si portò a Roma, sperando nell’aiuto del defunto vescovo e nella Provvidenza di Dio.

Documenti in 14 copie

Dopo qualche mese, finalmente, l’attesa risposta. “Le Commissioni governativa e vaticana, preposte alla Legge per i contributi di chiese e canoniche nuove, ha dato parere favorevole. Onorati di dare a S.V. questo verdetto, si prega, con gentile insistenza, di preparare i tali documenti e di inviarli al competente ufficio”. E la lista dei documenti richiesti è lunga quanto non so dire; l’unica cosa consolante è che si richiedono, non più diciassette copie per ogni documento, ma solo quattordici. Che cosa ne facessero a Roma di tanti chili di carta scritta, sarei curioso di saperlo.

Lunghe attese

Da allora cominciai a fare le corse a Roma, almeno una ventina di volte, risparmiando fino all’osso per avere i soldi del viaggio. Partivo al lunedì sera, giungevo a Roma al mattino seguente; celebravo la messa; un panino e un caffè e poi fuori da quel portone fino alle ore 9, per essere tra i primi. A volte, seduto su quelle sedie classiche dallo schienale diritto, sentivo rompersi la schiena. Ma questo era niente… quando andava bene, arrivavano le 11 e anche il mezzogiorno, prima d’essere chiamato e solitamente sentivo dire: “Reverendo, deve aver pazienza… le sue pratiche navigano bene… chissà che settimana ventura possa avere il piacere di dirle qualche cosa di nuovo… torni, torni ancora”. Successe anche che verso mezzogiorno il segretario comunicasse, con assoluta indifferenza: “Se c’è qualche reverendo ch’è venuto a motivo del contributo previsto dalla Legge tale e tale, sono dolente avvertire che monsignore oggi non può ricevere e sinceramente si scusa per l’involontario contrattempo. Comunque ritornino pure quando credono…” Non dico quali e quante parolacce mi arrivavano fino in gola.. so che alcune volte ho persino pianto di rabbia. In un convento ospitale lì vicino, cercavo di dormire qualche ora, cenavo e poi passo passo, come fossi un cane bastonato, andavo alla stazione Termini. Al mercoledì mattina ero a Brembo a celebrare la messa. “Oh, se sapesse la mia gente - mi dicevo allora - quanto mi costa la nostra chiesa!”

La risposta positiva di Monsignore

Finalmente venne il giorno buono: dal monsignore, che mi era diventato tanto antipatico, mi sentii rispondere: “Reverendo, lei è fortunato… le sono stati assegnati 14 milioni.. la sua posizione è la n° 5 per le nuove chiese della Lombardia… si rivolga a Milano, palazzo tale, sezione tale e ufficio tale”. Il monsignore, tanto antipatico, mi diventò di colpo altrettanto simpatico. In un momento le corse fatte a Roma il più delle volte seduto sulla valigetta, le snervanti attese, le sedie scomode, furono dimenticate. Quattordici milioni! La chiesa sicuramente è fatta!

La gioia

“Deo gratias!” Quel giorno ero tanto euforico che non andai nemmeno a riposare né a cena; pian piano, sbocconcellai mezza dozzina di panini e andai ad ammirare perfino “l’altare della patria”. Era tanta poi l’ansia di portare la bella notizia a Brembo, che mi trovai alla stazione Termini quasi tre ore prima del solito orario. “Ormai è fatta! Domani sono a Milano a riscuotere i quattordici milioni. Signore, ti ringrazio!”

Bustarelle

Forse sbagliai a ringraziare troppo presto il Signore? Non lo so. So solo che, per avere quel contributo, ritoccato sensibilmente per “bustarelle” e tasse, impiegai ancora quasi due anni, con nuove corse a Roma e a Milano.

17.     Le fondamenta della chiesa

4.11.1953 - Pulizia del terreno

Approfittando della festa nazionale del 4.11.1953, un gruppo di uomini e giovani volonterosi cominciò a liberare il terreno dai rovi, cespugli, ceppi e mucchi di terra, in modo da rendere possibile tracciare le fondamenta della chiesa.

19.3.1954 - Fondamenta

Passò l’inverno. Il 19 marzo 1954, festa di S. Giuseppe, il santo della Provvidenza, cominciò il lavoro per le fondamenta. Quel mattino dovetti rompere con la mazza il ghiaccio che ricopriva il mastello dell’acqua. Se l’avessero visto gli uomini potevano scoraggiarsi.

L’Italcementi

Vi furono grandi difficoltà per comperare il cemento. Infatti in quel periodo la vendita era razionata e riservata alle sole imprese. Mi venne in aiuto il signor Giulio Pesenti, che riuscì a convincere il signor Alessandro Donadoni, suo cognato e vicepresidente dell’Italcementi, di darmi mille quintali di cemento, cioè il quantitativo necessario. Questo si doveva pagare in anticipo, 980 lire al quintale e poi andarlo a caricare al cementificio di Calusco, lavoro che compì Luigi Bassis. Ogni carico era di 35 quintali e l’attesa normale per caricare era di un giorno e una notte.

7.3.1954 - l’arrivo del cemento 

Leggo dal cronicon parrocchiale: “Oggi 7 marzo 1954 sono arrivati i primi 35 quintali di cemento… Gli uomini sono accorsi in gran numero per scaricarlo… sembrava una festa e che molte difficoltà fossero sparite…”

Ghiaia e borlanti di fiume

Dopo un po’ di giorni le montagne di ghiaia e borlanti preparate in tre anni, scompaiono a vista d’occhio; le enormi fondamenta inesorabilmente ingoiano tutto… e siamo ancora sotto il livello della terra.

I resti della Villa Camozzi nelle fondamenta

La larghezza delle fondamenta della facciata è sufficiente perché vi passi un autocarro; quelle che dovranno sostenere i pilastri sembrano il vano di metà della mia cucina. Dietro, dove sarà il presbiterio, bisogna scendere m. 8,60, perché vi era un abbassamento causato da una vecchia cava di ghiaia. Fortunatamente mi diedero da svuotare un magazzino della Pro-Dalmine, dove erano ammonticchiate balaustrate, colonne, cornicioni e gradini del vecchio palazzo Camozzi. Tutto è stato caricato a mano e poi, pezzo per pezzo, scese nello scavo delle fondamenta, annegato nel cemento appena versato”.

Il Parroco addetto alla betoniera

Il lavoro fu un po’ facilitato e snellito quando avemmo in prestito una vecchia betoniera elettrica e comperammo dallo straccivendolo un centinaio di metri di binario e tre vagoncini. Il parroco era addetto alla manovra della betoniera da 13 a 15 ore al giorno, cosicché dovette raccomandare che “chi ne aveva bisogno, eccezione per casi d’assoluta necessità, venisse prima delle ore 8 e dopo le 19″.

Le dimensioni delle fondamenta

La parte più impegnativa furono le fondazioni del presbiterio e delle due sagrestie. Lì si dovette scendere quasi 9 metri e per le fondamenta della sagrestia a sud s’impastava ghiaia e cemento sul rialzo del presbiterio, poi lo si faceva scendere a basso gettandola in una specie di condotto fatto di legno, dove era anche la canna dell’acqua. Il percorso del materiale di 8-10 metri, facilitava la lavorazione del materiale stesso e ne evitava il trasporto. Per le fondamenta dell’altra sagrestia, in angolo si scavò un pozzo quadrato di m. 1,40 per lato e profondo m. 9, poi si riempì come le altre fondamenta; il ferro che sporgeva si legò a quello di due enormi travi che, a loro volta, appoggiavano sulle fondamenta del presbiterio.

Impresa F.lli Ferretti

L’interno tra fondamenta e fondamenta, che sporgeva m. 2,50 da terra, fu riempito da ghiaiotto, cavato per costruire il sotterraneo dell’asilo nuovo poco lontano, appena affidato dall’amministrazione comunale all’impresa fratelli Ferretti di Dalmine, alla quale fu affidata anche la costruzione della nostra chiesa.

Il volontariato riduce la spesa

La spesa preventivata per le fondamenta era di 2.500.000 lire, che, per il lavoro gratuito di tanti uomini e giovani, fu dimezzata e questo non mi pare cosa da poco.

Le prime Comunioni nella zona della chiesa

Quell’anno la cerimonia delle Prime Comunioni fu fatta da mons. Maggi e l’altare per la celebrazione della messa fu innalzato sul ripiano delle fondamenta del presbiterio, mentre su quelle della facciata era cominciata da poco la costruzione del muro di pietra viva.

18.     I muri della chiesa

Facciamo solo un muro di 4 m

Si era stabilito di sospendere il lavoro dopo aver costruite le fondamenta. Tuttavia, a modo d’esempio, si cominciò a salire tutt’attorno per un’altezza di quattro metri. “Così - pensavo - nella buona stagione è possibile celebrare la messa alla domenica, anche perché nella chiesetta, per l’eccessivo affollamento, col caldo, ogni volta qualcuno sviene e non è impresa facile nemmeno portarlo fuori all’aria.

La pietra di Credaro e di Ponte Giurino

Dopo un po’ di discussioni riuscii a far decidere perché i muri non fossero di mattoni, ricoperti e frammezzati di cotto a forma di vespaio, ma fossero costruiti in pietra viva. Fu scelta la pietra di Credaro, molto chiara e luminosa, preparata dalla ditta Ondei, per la parte esterna. Con la pietra delle cave di Ponte Giurino, che era a piani regolari e quasi nera, si faceva, unita all’altra, il muro di 60 centimetri, chiudendo gli spazi tra pilastro e pilastro, fatti in cemento armato. Orizzontalmente ogni quattro metri circa, era gettata una soletta sporgente nell’interno e sulla quale più tardi appoggiò un muro di mattoni forati, che coprì la parte di muro interno, lasciando uno spazio vuoto di altri 60-70 centimetri, in modo da formare una grande camera d’aria a scopo d’isolamento e per l’acustica.

Trasporti Pietra

La pietra di Ponte Giurino era trasportata gratuitamente dal camionista Pietra di Sforzatica alla domenica mattina ed era caricata e scaricata da un gruppo di nostri giovani. Alcuni che criticavano, quando erano fatte le fondamenta, perché, a loro giudizio, la chiesa, dicevano: ”era troppo piccola”, fatto il muro, dicevano il contrario, come se i muri non fossero stati fatti sopra le stesse fondamenta.

A dicembre pronti per il tetto

Il 1° maggio 1954 un pezzo di muro di facciata è innalzato fino a 4 metri; a novembre si raggiunse l’altezza di m. 8 e a dicembre si era pronti per il tetto.”Ogni pietra che saliva era un passo avanti...” - pensavo allora -,” Come è facile costruire la chiesa… pietre e pietre, un po’ di cemento… viceversa costruire” la famiglia parrocchiale” non è così facile… c’è chi non vuol saperne di Dio e di anima… c’è chi è freddo ed indifferente… c’è chi passa da un atteggiamento che fa sperare tanto e che, con la stessa facilità, prende l’atteggiamento opposto…”

Tutto liscio?

Però, almeno per la costruzione della chiesa, mi parve che le cose andassero abbastanza bene, anzi "troppo bene...” e ciò mi fece avere il presentimento che sarebbero continuate così per molto.

19.     I muri della chiesa

Soluzioni sul cantiere

C’era d’aspettarsela: nuove difficoltà sorsero una dopo l’altra, come se fossero ciliegie. L’ingegnere tardava a darci i disegni dei particolari, per cui tanti problemi li risolvemmo da noi e cioè: il giovane Roberto Ferretti, il capo cantiere Usubelli Valente e il parroco.

Bustarella per…

Da Roma e Milano non giungeva risposta alcuna, per cui in uno dei viaggi a Roma fui presentato a un sottosegretario che, dietro bustarella di 600.000 lire, “non per lui s’intende, ma per oliare altri funzionari” s’interessò e sollecitò Roma e telefonicamente Milano, da dove i soldi mi furono dati dopo un altro lungo periodo, anche se con cifra ridotta di oltre 500.000 lire per diritti di segreteria, tasse, onorari e altre piccole “bustarelle” che intascavano in maniera indifferente, quasi ti facessero un grande piacere personale.

Sospensione della fornitura della pietra

La ditta Ondei, in attesa di ricevere un buon acconto, sospese per tre mesi la consegna della pietra. Io corro a sinistra e a destra… prego, litigo, insisto; devo necessariamente sbloccare la poco allegra situazione. Quasi ogni giorno e con ogni tempo percorro con la mia moto “Aer Macchi “decine e centinaia di chilometri, il più delle volte inutilmente.

Malelingue e sfiducia

Neanche farlo apposta, i “soliti buoni” approfittano della circostanza e seminano tra la gente malumore e timore d’essere stati dal parroco trascinati in responsabilità più grandi di loro… “forse dovranno pagare”, “può darsi che debbano rendere conto, ecc... ecc...”. Mi do da fare per individuare chi semina tanto male, ma tutti dicono, e nessuna sa... A tutti sembra impossibile, ma giorno per giorno, in alcuni vien meno la fiducia…

Torna la speranza

Poi le cose cominciarono a risolversi. Vengono un po’ di soldi e, dopo questi, le pietre... la gente vede la chiesa che ogni giorno si fa più maestosa e ritorna a sorridere con fiducia ed alcuni “buoni”sono allontanati da qualche casa. Non ci fu pietra che andò al suo posto senza aver ricevuto da me una carezza, quasi volessi manifestare la mia riconoscenza... non una sola volta finii al piano sotto dell’impalcatura, o appeso con la veste a qualche chiodo, o graffiato e scorticato qui o là, ma questi erano gli inevitabili incerti di girare ore e ore per le impalcature in compagnia degli operai.

20.     Il tetto

23 m d’altezza

Giorno per giorno, pietra su pietra, la chiesa si presenta sempre più maestosa. In ottobre si terminò la facciata; siamo a 23 metri d’altezza. Otto pilastrini in pietra alleggeriscono la parte più alta. In mezzo sta una croce di 6 metri. In cima, le pietre sporgenti sono in bilico, controbilanciate da blocchi di cemento, legate con spezzoni e ganci di ferro.

Disegno per terra

Dentro, per terra, con lastre di gesso, si preparano le forme delle capriate, che saranno innestate in barre di ferro filettate, sporgenti dai pilastri e poi bullonate.

Carpentiere valdimagnino

L’interno delle capriate è un groviglio di ferro acciaioso d’ogni diametro, distanziato ad arte secondo il disegno. È opera di un valdimagnino (ol Locarì) che andiamo a cercare in mezza dozzina di paesi della Valle Imagna, essendo assente da un’intera settimana. Trovatolo, ci assicura che tra un paio di giorni tornerà al lavoro, perché avrà finito “la raccolta delle nocciole”

Il “falcone”

Trascorsero alcuni mesi d’inverno, fortunatamente mite ed intanto le capriate “maturavano” per bene. Alla fine febbraio 1955, la ditta Romaro di Padova innalzò in mezzo ai muri della chiesa il “falcone“, lo stesso purtroppo che la settimana dopo nello stabilimento di Dalmine, per una manovra errata, toccò i fili dell’alta tensione, uccidendo tre operai.

L’innalzamento delle capriate

Ad una ad una le capriate sono spostate contro le pareti e poi salgono adagio, adagio, finché vengono imbrigliate sulla cima dei pilastri. L’ultima, probabilmente perché era piovuto di notte, al momento d’essere lentamente calata, sfugge e batte violentemente sui pilastri, rimbalzando con un salto di almeno un metro. Grazie a Dio nessuno s’è fatto male e la capriata non ha la minima incrinatura. Senza volerlo ha superato la prova di resistenza ed elasticità. Una rottura avrebbe provocato due mesi di sospensione del lavoro, per rifare un’altra simile. E ciò sarebbe stato un bel guaio.

Le “piode”

Poi le capriate sono collegate con conci, legati con ferro e tutto è coperto da un manto di cemento. Infine, pietre nere, simili a lavagna, che a Valleve chiamano “piode” copre ogni manufatto ed il tetto è finito. Gronde, pluviali e serramenti in ferro alle finestre danno sicurezza che ciò che s’è costruito non subirà più rovina.

Controsoffitto

Dentro, una soffittatura di conci e ferro è appesa con staffe sotto le capriate: ha uno scopo estetico ed anche acustico. L’avevo voluta, ricordando come nella basilica di S. Maria Maggiore in Bergamo Alta, durante la quaresima, si stendesse un enorme telo da sopra il pulpito al pilastrone che gli stava di fronte, per facilitare l’acustica agli ascoltatori.

L’intonaco

Poi fecero internamente i muri a mattoni forati e, dal momento che v’era già il ponteggio, si finì con la “reboccatura” al civile fatto con sabbia del Ticino e calce.

Suor Pasqualina

È di quel periodo che andai nuovamente a Roma con il parrocchiano Moroni Lorenzo, ospiti di sua sorella, suor Rosa, superiora d’una casa religiosa con annesso asilo. Tramite suor Rosa potemmo avere un abboccamento con Suor Pasqualina che aveva in Vaticano la mansione d’organizzare gli aiuti del Papa alle popolazioni in necessità. In mezzo ad un enorme magazzino traboccante di casse, parlammo della chiesa che stavamo costruendo. La suora, non smettendo di lavorare, ci ascoltò e poi prese nota…

200.000 lire da Pio XII

Un paio di mesi dopo, fui convocato in Curia, dove mi consegnarono l’offerta di 200.000 lire inviata dal Papa Pio XII. Non mancò anche una “lavatina di testa“, perché avevo fatto la figura di cercare l’elemosina in Vaticano, “io ch’ero un sacerdote incardinato in Diocesi di Bergamo... e senza avvertire i superiori…” In realtà, quando fui a Roma quella volta, nemmeno sognava suor Pasqualina e una possibile offerta del Papa. E poi le 200.000 lire, senza volerlo, mi avevano abbastanza attutito l’udito e per altrettanta offerta un’altra “lavatina di testa” certamente non me l’avrebbe fatta rifiutare. La necessità è necessità..

21.     Un colpo mancino del demonio o cattiveria?

13 marzo 1955: Parroco a letto con la polmonite

La domenica 13 marzo 1955 ero a letto con polmonite, facilmente causata dal freddo preso presso la chiesa, dove con Gino Peruzzi e Gino Cattaneo stavamo predisponendo le tubazioni per l’impianto elettrico. Quando non ci sono soldi, bisogna arrangiarsi come si può. Il proverbio dice che “La povertà e la necessità aguzzano il cervello”.

Brucia la chiesa

Poco prima di mezzogiorno, visibilmente agitata, mia sorella mi disse che “stava bruciando la chiesa”. Al momento pensai fosse qualche parte d’impalcatura della chiesa in costruzione… poi capii che era l’oratorio semipubblico dei signori Pesenti.

Salvata la statua della Madonna Pellegrina

Mi aiutarono a vestirmi e barcollando per la febbre e l’agitazione, corsi, per quanto potevo, verso la chiesetta. Dal finestrone usciva fumo, tutto era annerito; l’incendio era scoppiato in sagrestia, dove erano due vecchi mobili, un buon quantitativo di candele appena comperate per le vicine Quarant’ore; il nuovo catafalco costruito da me, un pacco di dischi e l’amplificatore. Nei mobili erano tutti i paramenti, la suppellettile sacra, i messali ed i registri datati dal 1849. Tutto è distrutto, colato o irreparabilmente contorto. Per l’eccessivo calore è crollato l’intonaco della piccola sagrestia; il fuoco aveva incominciato a lambire anche i fianchi dell’altare di legno che pure aveva oltre un secolo di vita.

Salvate le Ostie consacrate

Alcuni giovani si sono precipitati dentro e decisamente hanno tolto dalla nicchia che stava sopra l’altare la ven. statua della Madonna Pellegrina. Io non ci stetti a pensare… avanzai nel fumo che mi soffocava, qualcheduno mi stava a fianco... afferrai la porticina del Tabernacolo e gridai a chi mi aiutava a stare in piedi che mi aiutasse a strapparla. Essendo vecchia, cedette presto. Afferrai la pisside, dove erano le Sacre Speci e in qualche modo trovai l’uscita. Percorsi la strada più portato che sostenuto… Su un tavolo coperto da un lenzuolo deposi la pisside. La sorella, piangendo, accese due candele e poi mi riportarono a letto.

Il Parroco di S. Maria

Intanto tra la gente che stava ancora fuori dalla piccola chiesa giunse don Giovanni Vavassori… ma qui è meglio che copi una pagina del cronicon parrocchiale: “… andava in fiamme la piccola sagrestia, dov’erano tutti i paramenti e la suppellettile sacra… erano tutte le povere e piccole cose raccolte nel periodo di cinque anni con tanti sacrifici, che ora erano lì bruciate, colate, contorte. Ogni cosa aveva una storia di qualche sacrificio. Per questo tanti, i più, piansero. Non rimaneva più né calice per dire la messa, né posto decente allo scopo…”

Collaborazione del comune

La sera di quella stessa domenica il sindaco Sandrinelli mi mandò gli amministratori Facheris e Pedrinelli per assicurarmi che l’amministrazione comunale avrebbe donato sei candelabri grandi, quattro piccoli e la corrispondente croce in bronzo fuso.

Richiesta di aiuto da parte del Vescovo

Il giorno seguente giunse il vescovo: era allora mons. Giuseppe Piazzi e vide la situazione in cui eravamo caduti. Tramite L’Eco di Bergamo rivolse un appello alla diocesi, perché ci aiutassero… L’aiuto fu pronto e generoso, tanto da poterne riversare anche per le necessità delle Missioni. ” Il Signore aveva dato, il Signore aveva tolto... sia benedetto il Suo Nome”

L’oratorio maschile trasformato in chiesa

Il salone da gioco dell’oratorio fu trasformato in chiesetta e tale rimase fino al giorno della consacrazione della chiesa nuova, i cui lavori indispensabili, perché fosse funzionale, furono eseguiti con la massima celerità dalla ditta Ferretti.

Cause dell’incendio

Non si seppe mai se l’incendio fu causato da fuoco che magari era rimasto nel turibolo, o dal sovrariscaldarsi dell’amplificatore rimasto sbadatamente acceso, o da un corto circuito, o provocato da qualcuno.

Unione nel dolore

Devo dire però che mai in tanti anni avevo visto la mia gente così unita! Il dolore e le lacrime di quel giorno avevano dato il loro prezioso frutto. Veramente l’unione si fa più col dolore e col sacrificio, che non con la gioia ed il divertimento.

22.     Consacrazione della chiesa

Le autorità

Sabato 20 agosto 1955 il vescovo mons. Piazzi, consacrava solennemente la chiesa. Presenti, oltre la totalità dei parrocchiani di Brembo, era mons. Giuseppe Maggi, una ventina di sacerdoti dei quali alcuni miei condiscepoli, parecchie autorità, i fratelli Ferretti, titolari dell’impresa costruttrice, alcuni loro dipendenti. Padrini della cerimonia furono in sindaco Sandrinelli e l’ing. Palazzuoli in rappresentanza della Dalmine. Assenti i “soliti buoni” per impegni precedenti.

Le reliquie

La sera di vigilia si erano trasportate processionalmente le Reliquie che sarebbero state chiuse nell’altare maggiore:

  • quella della Madonna, perché la nuova chiesa si dedicava al “Cuore Immacolato di Maria”;

  • quella di S. Giacomo maggiore apostolo, per ricordare il parroco che l’aveva costruita e di S. Alessandro martire, il patrono principale della diocesi di Bergamo.

4 ore

La solenne funzione, in antecedenza spiegata alla gente, iniziò alle ore 8 e terminò poco prima di mezzogiorno.

Una passerella per benedire attorno

Essendo prescritto dalla S. liturgia che il vescovo consacrante e i sacerdoti presenti ed i fedeli girassero attorno al sacro edificio per tre volte, aspergendone le fondamenta ed i muri, si dovette costruire attorno al presbiterio un’ampia passerella, essendovi un profondo avvallamento di non meno di 8-9 metri. Sul pavimento nell’interno della chiesa ch’era allora soltanto di cemento lisciato e bugiardato, s’era distesa una larga striscia di cenere posta diagonalmente, nella quale col pastorale il vescovo scrisse le lettere dall’alfabeto latino e greco.

Dopo il canto delle litanie dei santi, il vescovo profumò col S. Crisma le dodici crocette di marmo infisse nei pilastri, come pure quelle due murate sugli stipiti della porta d’ingresso principale. Davanti ad ogni croce fu accesa una candela, come viene accesa ogni anno nel giorno anniversario della consacrazione.

L’altare maggiore

La consacrazione dell’altare maggiore segnò il momento più solenne della S. Funzione. La mensa era, a quel tempo, la più grande di tutte quelle che si trovavano in diocesi, tanto che, non prevedendone le straordinarie dimensioni, il S. Crisma portato dal vescovo risultò insufficiente e perciò fu usato anche quello che custodivo personalmente per amministrare, in casi di necessità, la Cresima.

La più grande mensa della diocesi – Marmo di Zandobbio

La mensa è un blocco unico di marmo, ricavato dalle cave di Zandobbio, rinforzato da due sbarre di ferro cementate nella parte sotto. Fu portato solo quattro giorni prima, perché la prima mensa approntata s’era spezzata al momento di caricarla. Quando giunse, essendoci già i gradini in marmo ed i sostegni della stessa, fu necessario trasportarla in chiesa e adagiarla al suo posto a mano. Non era però cosa estremamente facile, perché pesava una trentina di quintali. Convocai gli uomini ed i giovani, che, mediante otto stanghe, in perfetto silenzio, come comandai, in modo che chi dirigeva la pericolosa ed importante operazione fosse uno solo, in pochi minuti la posero al posto stabilito e già predisposto.

Consacrazione dell’altare

Lavata la mensa con l’acqua benedetta ed asciugata, il vescovo la ricoperse del S. Crisma e nel sepolcreto pose le Reliquie, chiudendole poi con una piccola lastra di marmo. Dove erano i segni di croce, ai quattro angolo e sopra il sepolcreto, furono bruciati cinque grossi grani d’incenso. Quando questi furono consumati, profumando tutto il sacro ambiente, l’altare fu asciugato e rivestito con candide tovaglie ed ornato da candelabri e fiori e si cominciò la messa.

Casa del popolo di Dio

All’omelia il vescovo, tra le altre cose disse: “Questa è la casa di Dio, che avete costruita con tanti sacrifici, con perseverante lavoro e fatica, con grande fiducia nell’aiuto della Divina Provvidenza… ed è anche la vostra casa, la casa del popolo di Dio…”

La gioia del parroco e dei parrocchiani

M’accorsi, mentre il vescovo parlava e poi mentre continuava la celebrazione della messa, di volare con la fantasia e d’essere sommerso nei ricordi di tanti sacrifici, d’incomprensioni e di tante cattiverie subite in quei cinque anni trascorsi, come pure di tante soddisfazioni e gioie per le difficoltà superate, i problemi risolti e il grande risultato finale ottenuto… Ora tutto questo era terminato e il cuore traboccava d’una gioia mai provata prima e con me, intuivo, che lo era anche par la mia gente, sicuramente ancora incredula che quello che stava avvenendo sotto i propri occhi non era un sogno, ma una realtà che sarebbe rimasta per sempre, anche quando noi saremmo stati dimenticati da un bel po’ di tempo.

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